Chiesi Foundation

19 Luglio 2021

L’interesse dell’Italia per il Sahel

Lo scorso giugno, l’Italia ha ospitato il G20 dei Ministri degli Esteri a Matera. Il G20 è il foro internazionale che riunisce le principali economie del mondo. I Paesi che ne fanno parte rappresentano più del 80% del PIL mondiale, il 75% del commercio globale e il 60% della popolazione del pianeta. È composto da 19 Stati e dall’Unione Europea.

Tre sono stati i pilastri d’azione su cui si è focalizzato il G20 del 2021: persone, pianeta e prosperità. Temi come salute globale, sviluppo sostenibile, cambiamento climatico, commercio equo internazionale, cibo futuro sostenibile, transizione energetica sono stati oggetto di dibattito durante l’incontro. E sono stati tutti analizzati e discussi in un’ottica di multilateralismo e di governance globale. Come dimostrato dalla pandemia di COVID-19, la cooperazione internazionale è fondamentale per affrontare le sfide imminenti. Primo fra tutti, il cambiamento climatico. Un problema mondiale che si può affrontare solo pensando ed agendo globalmente.

Un altro importante tema affrontato è stato l’Africa e le sue relazioni con l’Europa. I Ministri hanno ribadito l’importanza di sostenere l’Africa nella lotta alla disuguaglianza, aiutandolo a ideare delle politiche inclusive per donne e giovani, ed elaborando una strategia per la transizione energetica e il cambiamento climatico. L’Africa – e in particolare il Sahel – rappresenta una priorità assoluta per l’Europa e la politica estera italiana. Il Sahel è una vasta regione semiarida che si estende lungo il deserto del Sahara, dal Senegal al Sudan. I paesi principali del Sahel sono Mali, Niger, Mauritania, Chad e Burkina Faso. Questa zona è un mix esplosivo di cambiamento climatico, movimento di persone e attacchi jihadisti. E costituisce l’epicentro dell’insicurezza del Sahel. Nel 2014, questi paesi hanno creato il G5 Sahel: un quadro istituzionale per la coordinazione e il monitoraggio della cooperazione regionale nelle politiche di sviluppo e nelle questioni di sicurezza, per contrastare il terrorismo e le organizzazioni jihadiste che operano nella regione.

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Come affermato dall’UNHCR, “la regione centrale del Sahel sta affrontando una grave crisi umanitaria. Enormi sfollamenti, la maggior parte dei quali guidati da intense ed indiscriminate violenze perpetrate da una serie di attori armati contro la popolazione civile, stanno avvenendo in tutta la regione. Mentre il movimento interno è in aumento, un numero consistente di rifugiati è fuggito nei paesi vicini”.

Per questo motivo, negli ultimi anni, il Sahel è diventato un obiettivo prioritario della politica dell’Unione Europea. Nel 2015, la Commissione Europea ha lanciato un “Fondo fiduciario di emergenza per la stabilità e per affrontare le cause profonde della migrazione irregolare in l'Africa”, stanziando1,8 miliardi di euro di budget europeo, con l’obiettivo di favorire la stabilità nella regione e contribuire a una migliore gestione della migrazione. Ha infatti lo scopo di affrontare le cause profonde della destabilizzazione, degli spostamenti forzati e della migrazione irregolare, promuovendo pari opportunità, sicurezza e sviluppo. La strategia dell’Unione Europea per il Sahel si centra sull’idea che governance, sicurezza e sviluppo siano strettamente interconnessi. Tant’è che l’elevata instabilità causata dal fallimento dei governi locali può essere considerata la principale causa della totale e diffusa mancanza di sicurezza nel Sahel. Oltre a questo, ci sono anche altre importanti questioni che affliggono la regione come il traffico illecito di droga e di esseri umani, lo sviluppo economico estremamente limitato, l’elevata crescita demografica, i conflitti interetnici, il terrorismo e il cambiamento climatico. La regione, infatti, è una delle zone più a rischio del cambiamento climatico e che subisce i suoi effetti più negativi. La lotta per la terra e l’impatto del cambiamento climatico generano divisioni tra le comunità portando a veri e propri scontri violenti. E la situazione peggiorerà col tempo.

La crescente insicurezza e instabilità generano sia un’elevata migrazione interna, causando quello che è stato definito lo sfollamento interno che cresce più rapidamente al mondo, sia esterna, alimentando la migrazione di massa verso l’Europa. Ed è qui che troviamo le principali ragioni che si celano dietro l’orientamento strategico dell’Italia verso il Sahel: il contrasto alla migrazione irregolare e la lotta ai gruppi terroristici. L’ondata di attentati terroristici che ha colpito l’Europa dal 2014 e la crisi migratoria, ha infatti spinto l’Italia a scegliere di adottare una presenza politica e diplomatica più proattiva nel Sahel così come ad incrementare il dispendio di forze armate sul territorio. Affrontare queste tematiche è cruciale per l’Italia e per la stabilità nel Mediterraneo. Pertanto, il coinvolgimento diplomatico e politico dell’Italia nel Sahel, accanto a Francia e Germania – che sono gli Stati più coinvolti nella regione – è alquanto significativo per la stabilizzazione dell’area.

La delicata situazione esistente in questa zona ha generato una gravissima crisi umanitaria nel Sahel. L’ONU e varie organizzazioni non governative continuano ad esprimere la loro preoccupazione riguardo all’allarmante aggravarsi della crisi. Attacchi indiscriminati di gruppi armati e milizie, scarsa sicurezza, violazioni dei diritti umani – compresa la violenza di genere e la violenza contro i bambini – e gli effetti del cambiamento climatico hanno innescato massicci spostamenti all’interno della regione. Il numero di persone costrette a spostarsi non è mai stato così alto: dal centro del Sahel al Lago Chad, più di 2 milioni di persone sono in movimento e hanno bisogno di protezione. “Il conflitto in Sahel si sta allargando, diventando sempre più complicato, e coinvolgendo sempre più attori armati. I civili sono quelli che ne pagano il prezzo maggiore costretti ad affrontare attacchi mortali, violenze di genere, estorsioni o intimidazioni e sono costretti a fuggire, spesso più volte” ha affermato Xavier Creach, coordinatore del Sahel per l’UNHCR.

Chiesi Foundation è ben consapevole di quanto complesso e difficile sia il contesto saheliano, data la sua presenza in Burkina Faso dal 2010. La Fondazione opera nel settore sanitario, e in particolare, nel campo della neonatologia, collaborando con l’Ospedale San Camillo di Ouagadougou (HOSCO), sviluppando progetti volti a trasferire mezzi e conoscenze scientifiche al fine di migliorare la qualità dell’assistenza sanitaria a bambini nati prematuri e neonati patologici. Il deterioramento della sicurezza, la condizione di estrema povertà, l’instabilità politica, le gravi violazioni di diritti umani e gli sfollamenti di massa, hanno raggiunti livelli epocali in Burkina Faso. Sempre più persone fuggono dalle loro case in cerca di salvezza in villaggi vicini. Il numero di sfollati interni nel Paese è di 1,3 milioni. Qui, l’assistenza umanitaria è una questione di vita o di morte.

Per concludere, il sempre più crescente interesse politico manifestato dall’Europa e da vari Paesi europei, come l’Italia, nei confronti del Sahel è sicuramente un passo necessario verso la stabilizzazione della regione e la creazione di un contesto più pacifico. Tuttavia, questo deve andare di pari passo con la risposta umanitaria.

Consapevole di questo, la Chiesi Foundation continuerà a lavorare in questo contesto, dando tutto il supporto possibile per contribuire al miglioramento delle condizioni di vita e di salute dei cittadini del Burkina, mantenendo un’attenzione particolare nei confronti dei neonati e alle madri.

L’interesse dell’Italia per il Sahel
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